Trovato nuovo metodo per riprogrammare le cellule adulte in staminali
Scoperto un nuovo meccanismo per riprogrammare le cellule adulte e renderle simili alle staminali: la chiave sta in una proteina chiamata Wnt gia' nota per essere coinvolta in numerose fasi dello sviluppo dei vertebrati e degli invertebrati. La ricerca, condotta dall' Istituto Telethon di Genetica e Medicina(TIGEM) di Napoli diretto da Maria Pia Cosma, e' pubblicata sulla rivista on line Cell Stem Cell. Lo studio ha riguardato diversi tipi di cellule adulte, tra cui fibroblasti, cellule del timo e precursori di cellule neuronali, che sono state fuse con cellule staminali embrionali in presenza della proteina Wnt. In seguito alla 'manipolazione', le cellule adulte hanno perso le loro caratteristiche e si sono trasformate in cellule poco differenziate (pluripotenti) in grado di dare origine a cellule di tessuti diversi da quello di partenza. 'La vera novita' - spiega Cosma - sta nella grande capacita' di Wnt di promuovere questa 'riprogrammazione'.
Somministrando, infatti, dosi precise di proteina per un tempo limitato, un'alta percentuale di cellule adulte si trasformava in cellule simil-staminali. Secondo gli esperti, la scoperta apre prospettive molto interessanti nella terapia di tutte le patologie in cui si ha una degenerazione irreversibile dei tessuti come la malattia di Alzheimer, il morbo di Parkinson e le cardiopatie. Questo metodo potrebbe rappresentare una valida alternativa a quello attualmente condiviso dalla comunita' scientifica internazionale. Alla fine del 2007, infatti, due gruppi di ricerca avevano annunciato in contemporanea di essere riusciti a ottenere cellule staminali a partire da cellule della pelle introducendovi, tramite vettori virali, dei geni tipici della fase embrionale del nostro sviluppo e capaci di far 'tornare indietro' queste cellule adulte allo stadio indifferenziato, tipico delle cellule staminali.
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Sucicidio assistito: la Svizzera scopre gli abusi
Ora non sono più soltanto i malati terminali a rivolgersi ad organizzazioni di aiuto al suicidio come Dignitas o Exit. Questo è uno dei risultati inquietanti emersi da uno studio del Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica, condotto sui casi registrati negli ultimi decenni nella città di Zurigo (che detiene il triste primato a livello nazionale in questo settore). Dal 1990 al 2000 ben il 22% delle persone rivoltesi a Exit per porre fine alla propria vita non solo non erano afflitti da mali incurabili, ma tanto meno erano in una fase terminale della malattia. Una percentuale che tra il 2001 e il 2004 è addirittura salita al 33%. Situazione analoga anche per quanto riguarda coloro che hanno invece fatto ricorso ai "servizi" offerti da Dignitas: fra loro il 21% era tutt’altro che in fin di vita.
A spingere sempre più individui a sottrarsi al proprio destino, stando ai ricercatori, sembra essere il mal di vivere e, più in generale, un cattivo (ma non drammatico) stato di salute. «Si tratta spesso di persone anziane a cui sono state diagnosticate diverse malattie quali reumatismi e sindromi di dolore», spiega Susanne Fischer, sociologia e coautrice dello studio. Ma l"identikit" del candidato suicida presenta un altro tratto distintivo: il sesso. La maggior parte delle persone che, tra il 2001 e il 2004, si sono rivolte alle due organizzazioni attive sul territorio elvetico erano donne (il 65% presso Exit, il 64% presso Dignitas). Negli anni Novanta la ripartizione fra i sessi era invece relativamente più equilibrata. Altra caratteristica emersa – ma ormai non è più una novità – riguarda la nazionalità. L’indagine parla chiaro: il cosiddetto "turismo della morte" è un fenomeno reale e in crescita nella Confederazione. Mentre Exit fornisce solo eccezionalmente assistenza al suicidio a persone provenienti dall’estero (il 3% dei casi nel periodo 2001-2004), Dignitas ne ha fatto invece un vero e proprio tratto distintivo: la stragrande maggioranza (il 91%) delle persone aiutate da Dignitas proveniva dall’estero.
Dalla ricerca emerge infine che, in casi isolati, Dignitas ed Exit hanno fornito assistenza a malati psichici, a quanto pare in barba all’indispensabile capacità di discernimento richiesta al candidato suicida. Una pratica (12 casi su 421 analizzati) controversa e bersagliata dalle critiche, perché in molti mettono in dubbio la capacità delle due organizzazioni zurighesi di riuscire a discernere fra fattori psichiatrici e sociali che spingono una persona a voler morire. Nessun procedimento penale è comunque stato avviato finora a loro carico. «Il governo svizzero ha preso atto dello studio – dichiara Folco Galli, portavoce dell’Ufficio federale di giustizia –. A inizio 2009 sarà presentato un rapporto al Consiglio federale sulla necessità o meno di intervenire a livello normativo sull’aiuto al suicidio». Da più parti negli scorsi mesi è infatti giunta la richiesta di requisiti minimi di diligenza e di consulenza da applicare alle organizzazioni di aiuto al suicidio. Il governo finora ha però sempre rinunciato a legiferare: troppo difficile e soprattutto pericoloso, poiché di fatto ne legittimerebbe l’operato.
Di tutt’altro avviso è invece Georg Bosshard, medico presso l’Istituto di medicina legale dell’Ospedale universitario di Zurigo e responsabile dello studio: «Legiferare è difficile, ma si è raggiunto un livello tale per cui bisogna intervenire», afferma il professore. Il nodo da sciogliere, a suo avviso, resta quello delle cifre, indispensabili per riuscire a delineare un fenomeno poco conosciuto e soprattutto mai monitorato. A tutt’oggi non esistono infatti dati ufficiali a livello nazionale. E non a caso proprio su questo punto è giunta l’immediata reazione di Exit, che, ovviamente (pur avendo assieme alla "collega" Dignitas fornito le cifre) ha respinto le conclusioni dello studio. L’organizzazione ha fatto notare come lo studio si basi unicamente sui dati dell’Istituto di medicina legale di Zurigo e, di conseguenza, le cifre emerse non siano rappresentative della situazione a livello nazionale. «Spero e credo che nei prossimi anni in Svizzera si arriverà perlomeno alla registrazioni dettagliata dei casi di suicidio assistito», conclude Bosshard. Sarebbe un piccolo passo avanti sulla via della lotta agli abusi.
Federica Mauri, Avvenire 6 novembre 2008
Dall'India alle Filippine, dall'Iraq al Pakistan, si susseguono gli assassinii di sacerdoti e di fedeli cristiani: perlopiù cattolici anche se numerosi sono pure i protestanti. Di fronte a queste uccisioni l'opinione pubblica occidentale ha una reazione ormai scontata: gira la testa dall'altra parte. Non fa sostanzialmente eccezione, cosa all'apparenza straordinaria, neppure la parte esplicitamente cristiana di quell'opinione pubblica, quasi che avesse il timore, alzando troppo la voce, di rendere le cose ancora peggiori.
Naturalmente viene da chiedersi quale sarebbe invece la reazione dell'uomo della strada, dei media e dei governi occidentali, se in una qualunque parte del mondo ad essere presi di mira per la loro appartenenza religiosa, al posto dei cristiani, ci fossero i seguaci di altre confessioni, per esempio gli ebrei. Ma chiederselo sarebbe solo indulgere in una polemica sterile. In realtà, infatti, la reazione quasi inesistente dell'opinione pubblica alle notizie di uccisioni di cristiani non è niente altro che il frutto di fenomeni profondi da lungo tempo all'opera nelle nostre società, l'effetto di lenti smottamenti ideologici che ne stanno cambiando il profilo ultramillenario.
Sotto i nostri occhi si sta consumando una gigantesca frattura storica: non vogliamo essere, non ci sentiamo più delle società cristiane. Non vogliono più esserlo non le grandi maggioranze, ma soprattutto le élite intellettuali. La critica della religione, infatti, è rimasta, alla fine, il solo e vero denominatore comune sopravvissuto alle infinite vicissitudini della cultura moderna. Dell'illuminismo, del marxismo, del darwinismo, del freudismo e di ogni altro «ismo» tutti gli snodi e gli assunti sono stati di volta in volta smentiti, contraddetti e abbandonati. Una sola cosa però, comune ad ognuno di essi, è restata come acquisto generale: l'idea che la religione, e quindi innanzitutto il cristianesimo, rappresenta la prima «alienazione» dell'umanità premoderna, di cui i tempi nuovi esigono che ci si sbarazzi. È così accaduto che nelle società occidentali — lo dico con sbigottimento di non credente — la religione sia diventata intellettualmente impresentabile, e dunque sempre meno rappresentata culturalmente. E che anche perciò nelle nostre società (tranne forse gli Stati Uniti) il cristianesimo, di fatto, non strutturi più alcun senso di appartenenza realmente collettiva. Che esso sia, debba obbligatoriamente essere, invece, un fatto solo privato. Ne consegue come cosa ovvia che le sue sorti pubbliche e storiche non ci riguardano più: figuriamoci poi se si svolgono in qualche remota contrada dell'Asia o dell'Africa.
A sentire in questo modo ci ha spinto, paradossalmente, lo stesso senso comune diffuso per molti anni in tanta parte del mondo cattolico. Il quale, fino a tempi assai recenti, è stato attentissimo, anche nelle sue massime espressioni istituzionali, a non essere collegato a nulla che sapesse di Europa o di Occidente, per paura che ciò avrebbe automaticamente messo in pericolo la sua autonomia politica e/o macchiato la sua purezza evangelica. Nutrendo forse la speranza, non saprei quanto fondata, che alla fine ciò gli avrebbe fatto guadagnare altrove il terreno che qui andava perdendo.
Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera, 3 novembre 2008
Carlo Casini
Marina Casini
Maria Luisa Di Pietro
presentano il libro
Eluana è tutti noi
Perché una legge e perché no al “testamento biologico”
Società editrice fiorentina
Mercoledì, 29 Ottobre 2008 - Ore 11:00
Sala Stampa della Camera dei Deputati
Via della Missione, 4 - Roma
Gran fervore mercantile attorno alle provette
Non se ne parla come un tempo: la ricerca sulle cellule staminali non occupa più le prime pagine dei quotidiani come accadeva prima. Poche le notizie riportate, niente più titoli urlati, spuntano persino qua e là inviti alla cautela e a diffidare delle promesse di viaggi della speranza.
Eppure non è certo diminuito il lavoro dei ricercatori né l’interesse per i risultati: le scoperte sulle staminali continuano a susseguirsi e a essere pubblicate nelle riviste specializzate, ma non hanno la stessa eco mediatica. Il motivo principale è che la scoperta dello scienziato giapponese Shinya Yamanaka, le staminali pluripotenti indotte (o «Ips») – simili a quelle embrionali ma ricavate da cellule adulte –, ha reso ormai superata la ricerca sugli embrioni. Tante risorse umane e soprattutto ingenti capitali si stanno riconvertendo proprio allo studio delle Ips. È crollato l’interesse scientifico per la cosiddetta clonazione terapeutica (che nessuno è riuscito finora a realizzare negli esseri umani) e il sostanziale silenzio caduto sull’argomento dimostra quanto tutte quelle notizie sensazionali fossero date in modo strumentale e ideologico, finalizzate a permettere un libero utilizzo di embrioni umani, anziché per ottenere quelle cure e terapie che invece tutti ci auguriamo.
La battaglia adesso sembra essersi spostata sul terreno della diagnosi preimpianto: cioè la possibilità o meno di effettuare analisi genetiche sugli embrioni ottenuti da fecondazione in vitro per poter scegliere i 'migliori', scartando i malati e trasferendo in utero solo quelli sani. Sappiamo che l’analisi preimpianto attualmente può avere solo questo scopo eugenetico visto che, una volta individuata l’eventuale anomalìa, non esistono a oggi terapie in grado di curare gli embrioni. È un’analisi con un elevato grado di incertezza nei risultati – tanto che a chi vi si sottopone viene consigliata comunque l’amniocentesi –, con la quale è possibile danneggiare gli embrioni stessi. E per effettuarla è necessario averne a disposizione tanti: non ha senso farla solo per conoscere «il grado di salute biologica del futuro individuo», come invece suggeriva ieri Edoardo Boncinelli dal Corriere della Sera. La nostra legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita – che, beninteso, non è una norma cattolica, visto che il magistero della Chiesa interdice la fecondazione in vitro – non consente questa procedura dichiaratamente selettiva. Ma per una curiosa coincidenza, mentre siamo in attesa di un’importante sentenza della Corte Costituzionale sulla legge 40 che potrebbe aprire le porte proprio alla diagnosi preimpianto e alla selezione del 'figlio perfetto', ecco apparire notizie su esami genetici 'low cost' per scovare le malattie ereditarie. Per 'soli' duemila euro sarebbe infatti in arrivo un test che promette di stanare addirittura 15 mila difetti genetici, praticamente tutti. Nulla si dice su come faccia a garantire la certezza del risultato, nulla sulla sua accuratezza, nulla sull’efficacia, tantomeno sulle vittime di tanto repulisti: solamente si sottolinea che questo test propagandato come 'miracoloso' sarà vietato in Italia. La colpa? Della legge 40, ovviamente. Ma è proprio questa legge che garantisce l’embrione umano difendendolo da qualsiasi pratica selettiva e dai ricorrenti tentativi di far credere che gli esami genetici sarebbero facili, sicuri, 'infallibili'.
Il messaggio che simili notizie finiscono con l’inviare è chiaro: basta poco per fare pulizia nella specie umana. Degli enormi interessi economici che spingono alla diffusione indiscriminata di questo tipo di esami neanche un accenno.
Insomma, è arrivato il momento dei consigli per gli acquisti.
Assuntina Morresi, Avvenire 26 ottobre 2008
La settimana scorsa, nel silenzio quasi assoluto dei media italiani, si sono chiuse le Paralimpiadi. Eppure, proprio per il Paese che le ha ospitate, questa edizione merita qualche riflessione, allargabile anche alla situazione di casa nostra.
Per poter accogliere gli atleti diversamente abili, la Cina ha fatto uno sforzo gigantesco a livello organizzativo ed economico. Così, ad esempio, grazie a quasi due milioni di dollari (con cui si sono abbassati lavandini, costruite rampe, aggiunti cartelli in braille e trasformati oltre 200 bagni in toilette accessibili), l’aeroporto di Pechino è stato in grado di accogliere gli "esigenti" ospiti. Ben più complessa la questione sul piano culturale. Cogliendo nel segno, un lungo articolo di Maureen Fan comparso qualche giorno fa nella pagina degli esteri del Washington Post titolava «Beijing Welcomes The Disabled as China Never Has» (Pechino accoglie i disabili come la Cina non ha mai fatto).
Nella sola Pechino si trovano quasi un milione di disabili che, come gli altri 83 milioni che vivono sparsi nel Paese, conducono un’esistenza di reclusi in casa. Il dileggio e lo scherno di cui sono oggetto, la totale mancanza di supporti (per strada, nei mezzi di trasporto e nei locali pubblici) nonché, più in generale, l’assenza di qualsiasi progetto di inserimento educativo e lavorativo, rendono tale condizione quasi obbligata. Per certi versi, però, nelle ultime generazioni, il problema sembra pressoché risolto: la politica del figlio unico ha fatto sì che oggi in Cina la nascita di bimbi disabili costituisca una rarità quasi assoluta. Così, una civiltà che per secoli si è costruita sul tradizionale rispetto per anziani e deboli, registra ora rifiuto e marginalizzazione. Basti pensare che prima delle Olimpiadi il manuale informativo ufficiale distribuito ai 100 mila volontari, in vista dell’evento definiva i disabili «ostinati, ribelli e introversi, con un forte senso di inferiorità».
Non che, nella sostanza, le cose da noi vadano molto meglio. Se le leggi offrono un qualche aiuto, il disprezzo continua però a regnare pressoché indisturbato, come dimostrano le cronache quasi quotidiane che raccontano (sia pure marginalmente, quasi in nota) le violenze sessuali di cui sono oggetto bambine e giovani disabili un po’ ovunque. Per anni la società ha fatto finta che i disabili non esistessero, e molto spesso, per le ragioni più diverse, sono stati innanzitutto i genitori a nascondere o ignorare i loro figli, rinchiudendoli in casa o in istituto (a prescindere dallo status sociale o economico: pensiamo alla drammatica storia del figlio minore di Arthur Miller, David, la cui esistenza è stata completamente negata dal famoso drammaturgo). A tale invisibilità la scrittrice americana Flannery O’Connor ha dato una precisa qualificazione: «L’atteggiamento sentimentale nei confronti dei bambini portatori di handicap, che implica il tentativo di tenere loro e la loro sofferenza lontani dagli occhi della gente, è paragonabile alla mentalità che ha portato ad alimentare il fumo nei forni crematori di Auschwitz».
Le cose sembravano migliorate negli ultimi tempi. Recentemente, però, nel panorama già complesso, si è insinuato un ulteriore elemento, che sembra orientarci ad un nuovo atteggiamento verso la disabilità. Il pietistico sentimento nei confronti dei "poveri infelici" si sta trasformando in un giudizio di colpevolezza verso chi li ha messi al mondo.
Data la panoplia di esami e di analisi che permettono di accertare la salute del nascituro durante la gravidanza, la diagnosi prenatale si è trasformata in un obbligo a cui non è moralmente lecito sottrarsi. La colpa massima diventa, così, quella di aver fatto nascere un figlio disabile quando esami, test e analisi ci avrebbero potuto "illuminare". È in nome di questa luce oscurata (drammatica rivisitazione della parabola evangelica) che in alcuni Paesi, come la Francia, figli "imperfetti" hanno trascinato in giudizio madri e medici che li hanno "lasciati" nascere. Generale è la condanna verso quelle madri incoscienti che rifiutano esami e analisi per sapere "come sta" il feto che portano in grembo. È così diventato una rarità l’essere contrari all’amniocentesi (ormai, scandalosamente, esame di routine) e a tutte le indagini che dovrebbero illuminare il ventre materno alla ricerca di gravi malattie e di inaccettabili imperfezioni. Mettiamo anche che un esame così invasivo non rischi di causare quel rischio che vorrebbe invece evitare, davvero possiamo rinunciare al tentativo di capire cosa sia un essere umano, cosa faccia di un essere un essere umano?
Parallelamente, in forme eleganti e positive, si sta facendo strada l’idea che coloro che si prendono la responsabilità di far nascere un bambino handicappato debbano assumersi le conseguenze di tale scelta, in particolar modo quelle economiche. Costoro, cioè, non possono pretendere che la collettività, che ha fornito loro gli strumenti per evitare il danno, si faccia poi carico di una scelta personale.
Da pena (per i figli) a colpa (dei genitori) dunque. Non si può certo dire che le nostre società si stiano evolvendo. Io posso solo ripensare alle parole di Ornella, mamma di due figli, Lisa (che è down) ed Enrico.«Quando i nostri figli nacquero, ormai una quarantina di anni fa, vedemmo nel bambino la nostra gioia e la nostra speranza, in Lisetta una fonte di preoccupazione. Oggi lei vive, sorridente e serena, in una casa famiglia, e quando torna da noi il week-end è fonte di gioia perché è una donna felice. Nostro figlio invece si è separato dalla moglie quando erano in attesa del loro terzo bimbo. Come nonni ci facciamo in quattro per questi nipotini che sono già infelici e depressi, a causa dei tremendi conflitti tra i loro genitori». E dire che ancora ci crediamo in grado di valutare cosa sarà un bene, e cosa invece un male.
Giulia Galeotti, Avvenire
Legiferare per una sola ragione: difendere la vita sino alla fine. Ne è convinta Elisabetta De Septis, avvocato e docente di Biodiritto presso il biennio specialistico in Bioetica del «Marcianum» di Venezia. Alla vigilia ormai dei due pronunciamenti attesi per mercoledì prossimo dalla Corte costituzionale e dalla Corte d’Appello di Milano è opportuno mettere a fuoco alcuni punti fermi.
Perché la sentenza della Corte d’Appello di Milano con cui si dà via libera alla sospensione di idratazione e alimentazione a Eluana Englaro è uno spartiacque nel dibattito etico e giuridico?
«Il decreto della Corte d’Appello del luglio scorso si ricollega, come noto, alla sentenza della Cassazione dell’ottobre 2007, che aveva posto le premesse giuridiche per autorizzare il distacco del sondino che alimenta e idrata Eluana, ponendo due condizioni: l’irreversibilità dello stato vegetativo della paziente e l’accertamento della sua presunta volontà riguardo all’interruzione del trattamento, per la cui constatazione demandava alla Corte d’Appello di Milano. Sono decisioni senza precedenti: in mancanza di dichiarazioni scritte di Eluana sono stati riconosciuti effetti giuridici alla sua volontà anticipata "ricostruita" attraverso elementi tratti dal suo "vissuto", dalla sua personalità e dai convincimenti etici, religiosi, culturali e filosofici che ne orientavano i comportamenti e le decisioni. C’è stato un sostanziale riconoscimento giurisprudenziale di dichiarazioni anticipate non scritte, ancor più problematico perché offre minori garanzie e si presta a più ampi abusi rispetto a eventuali dichiarazioni disciplinate con una legge, che ancora non c’è».
Ora però alla Cassazione di un anno fa (prima sezione civile) si contrappone la Cassazione di pochi giorni addietro (terza sezione civile) sulla causa intentata per danni morali da un testimone di Geova trasfuso in situazione di emergenza contro la sua volontà, manifestata attraverso un talloncino con scritto "no sangue". Quali le analogie e quali le differenze?
«Qui la Cassazione, non reputando sufficiente il talloncino, ha ritenuto necessario un documento scritto, che il paziente deve tenere con sé, con dichiarazioni anticipate articolate e puntuali. La sentenza emessa per il caso Englaro prescinde invece da un documento scritto. Sia dall’una che dall’altra pronuncia emerge comunque un importante segnale: la redazione in forma scritta di dichiarazioni anticipate di trattamento si rivela necessaria o quanto meno preferibile, al fine di evitare conseguenze peggiori».
Se si arrivasse all’irreparabile, ovvero al distacco del sondino di Eluana, altri pazienti in condizioni simili correrebbero il rischio di fare la stessa fine?
«Di per sé nel nostro ordinamento le sentenze producono effetti limitatamente al caso concreto e alle parti in causa e non costituiscono un precedente vincolante .Temo però che, di fatto, il caso di Eluana possa essere interpretato come tale da altri malati e soprattutto dalle loro famiglie, anche perché le decisioni della Cassazione hanno la funzione di favorire l’uniformità della giurisprudenza e vi è un continuo richiamo a esse da parte dei Tribunali».
E una legge sul fine vita potrebbe evitare questa deriva eutanasica, rafforzata ancora ieri da un nuovo pronunciamento della Cassazione (quarta sezione penale)?
«Le dichiarazioni anticipate, eventualmente disciplinate dalla legge, potrebbero contemplare una volontà tesa solo al rifiuto dell’accanimento terapeutico o di interventi di rianimazione. Non potrebbero in alcun modo invece avere per oggetto o comunque legittimare pretese eutanasiche o di abbandono terapeutico. E questo deve esser chiaro, anche nel testo della legge. La vita è inviolabile e indisponibile. Un’eventuale futura legge non potrebbe porsi in contrasto con questi princìpi, che sono fondamentali nel nostro ordinamento giuridico».
Quali contenuti dovrebbe avere una legge davvero dalla parte dei malati e delle loro famiglie?
«Non si tratta, evidentemente, di una legge qualsiasi, riguardando la vita. Ritengo perciò indispensabile una legge che preveda tutte le garanzie e le cautele possibili per impedire qualsiasi inaccettabile abuso. La legge dovrebbe evitare che le dichiarazioni anticipate siano fonte di ulteriore burocrazia che si frapponga tra il medico e il malato (che ha espresso la sua volontà anticipata) con i suoi familiari, a scapito dell’alleanza terapeutica. Le dichiarazioni anticipate dovrebbero essere la "fotografia" dell’autentica e circostanziata volontà del paziente, personalizzata il più possibile e periodicamente revisionata, correttamente formulata, anche in termini medici, senza dar adito a dubbi e a problemi di interpretazione».
Francesca Lozito
GIOVEDI 25 SETTEMBRE ALLE ORE 19.30
TEATRO PARROCCHIALE
SANTA FRANCESCA ROMANA ALL’ARDEATINO
PIAZZA CESARE NERAZZINI
ROMA
IL RACCONTO DELL’ABORTO
A 30 anni dalla legge 194 l’aborto osservato attraverso le cifre statistiche, le cronache dei media, le pagine della letteratura.
Introduce e modera
Gianluigi De Palo
Presidente delle Acli di Roma e dell’Associazione Scienza&Vita Roma1
Intervengono
Assuntina Morresi
Prof.ssa di Chimica Fisica dell’Università di Perugia
Aborto: il caso italiano
Stefano Colucci
Docente di Lettere, Scienza&Vita Roma1
Il racconto dell’aborto nella letteratura del Novecento
Domenico delle Foglie
Giornalista, Portavoce nazionale Scienza&Vita
L’aborto e il sistema informativo italiano
Conclusioni
Don Fabio Rosini
Cominciamo con le buone notizie: è una bella sorpresa apprendere che negli ospedali della Spagna bioeticamente ultra-libertaria di Zapatero ci si prende cura dei prematuri a partire dalla ventiduesima settimana di gestazione, essendo l’interruzione di gravidanza consentita per legge non oltre questo limite.
Di questo e altro, parliamo con la dottoressa Gloria Pelizzo: chirurgo pediatra, professionista ad alto livello di specializzazione, un brillante curriculum di studi con i migliori maestri europei, e di attività di ricerca e pratica clinica condotte ricoprendo posti di responsabilità in sedi ospedaliere italiane ed estere, tra cui Marsiglia, Lione e Parigi. Udinese, sposata, due figli, ad un certo punto ha scelto di tornare in patria.
Dirigente medico di primo livello dal 2000, lavora oggi presso l’Istituto di Ricerca e Cura a Carattere Scientifico Materno Infantile "Burlo- Garofolo" di Trieste .
È appena tornata da Istanbul, dove si sono riuniti circa cinquecento specialisti per il Congresso europeo dei chirurghi pediatri. Presenti anche illustri colleghi italiani, come Paolo De Coppi, scopritore delle cellule staminali del liquido amniotico, che opera oggi al Great Ormond Street Hospital di Londra.
Dottoressa Pelizzo, quali buone notizie ci porta da Istanbul?
«Le notizie sarebbero molte; quella che forse mi ha più sorpreso è il fatto che nella libertaria Spagna si assistono e si curano i prematuri a partire dalla ventiduesima settimana. Meglio che in Italia, dove anche solo l’aver proposto – come si è fatto in Lombardia – iniziative del genere ha creato difficoltà e polemiche. In questo caso, la Spagna si dimostra più rispettosa del diritto alla vita di tanti altri paesi europei, portando l’interruzione volontaria della gravidanza consentita per legge non oltre la ventiduesima settimana».
Come la pensano, a questo proposito, i suoi colleghi europei?
«Nello specifico non lo so. Però posso dire che noi chirurghi pediatri siamo tendenzialmente "conservativi", abbiamo cioè un atteggiamento chirurgico "costruttivo" e non "demolitivo". Nel considerare le malformazioni di diagnosi prenatale, siamo molto attenti alla storia della malformazione stessa. Il fatto di conoscere meglio una malformazione, ci consente anche di ricorrere ad un approccio chirurgico più appropriato, tenendo conto dei tempi e dei modi che possono interessare anche la vita fetale. Inoltre, ci pare che presentare alla coppia di genitori e ai colleghi (nel corso di un counselling prenatale multidisciplinare) la malformazione, con una propria storia, specifica per altro per ogni tipo di patologia, ci consente di prendere in carico il nascituro nella sua globalità, cioè pensando sempre ad una possibile e doverosa cura chirurgica ricostruttiva, studiata in prospettiva di una lunga vita e non di "quanto rimane da vivere ". La chirurgia pediatrica pensa insomma al futuro, al divenire del bambino, nel pieno rispetto di strutture e funzioni. Per questo ha a cuore la vita del feto. Il feto è un paziente».
A proposito di malformazioni del feto o del neonato, è fondata l’ipotesi che siano in aumento?
«L’impressione generale è che malformazioni fetali ed anomalie cromosomiche siano in aumento. Per varie cause. Da un lato si deve riconoscere la grande abilità dei colleghi ginecologi e genetisti nel riconoscimento sempre più precoce e dettagliato delle anomalie cromosomiche e delle malformazioni complesse. Dall’altro, è anche vero che la sopravvivenza di bimbi nati pretermine è aumentata negli ultimi anni grazie all’abilità dei neonatologi e al raffinamento delle tecniche di rianimazione e terapia intensiva. Probabilmente, anche le metodiche di fecondazione assistita presentano un indice di anomalie rilevabile per entrambe le ragioni sopra indicate. Si tratta sempre di pazienti molto seguiti in epoca prenatale. L’incidenza di anomalie riscontrate deriva con tutta probabilità da un follow up, da un controllo molto stretto. In vari Paesi europei esiste un Registro ufficiale nazionale annuale delle malformazioni. In Italia c’è la necessità di approfondire la distribuzione delle anomalie per specialità. Ciò potrebbe consentire di studiare il fenomeno e correre il più possibile ai ripari per ogni altro genere di patologia. Senza questo fondamentale strumento non si possono conoscere né l’entità né le cause del fenomeno, quindi non ci si pone nemmeno nella condizione di porvi rimedio, come pure sarebbe normale».
Gabriella Sartori
SUL FRONTE CRITICO DELLA FECONDAZIONE ASSISTITA
Non c’è bisogno di congelare gli embrioni
Uno degli aspetti più qualificanti della Legge 40 è senz’altro quello in cui viene incoraggiat e promossa la ricerca sull’infertilità e la sterilità. Si tratta di un orientamento che mette d’accordo tutti, fautori e detrattori di una Legge che nel nostro Paese ha comunque cambiato molte cose in materia di procreazione assistita.
Non si tratta però di un aspetto né formale né marginale e lo dimostrano gli sforzi prodotti dall’Istituto Superiore di Sanità in questa direzione. È dal 2004, infatti, che il nostro Istituto promuove studi sulla crioconservazione degli ovociti, una tecnica che, una volta validata, potrebbe permettere sia di evitare il congelamento degli embrioni sia la necessità per le donne, soprattutto quelle più giovani e quindi più capaci di produrre un maggior numero di ovociti, di sottoporsi a ripetute stimolazioni ormonali riducendo così i rischi per la loro salute.
Da quattro anni quindi abbiamo promosso studi multicentrici con i quali abbiamo contribuito a estendere la conoscenza su questa metodica, valutando i diversi protocolli di applicazione e cercando di chiarire i dubbi sulla sua sicurezza attraverso studi mirati sulla morfologia del gamete femminile e sugli eventuali danni a carico del patrimonio genetico cellulare che tali tecniche potrebbero comportare. E così poi abbiamo cercato di valutare la fecondabilità di questi ovociti una volta scongelati, la capacità di impiantarsi degli embrioni prodotti con queste cellule riproduttive così trattate. Senza nascondere la difficoltà dovuta alla particolare fragilità del gamete femminile, molto meno trattabile di uno spermatozoo la cui struttura è molto più resistente alle tecniche di congelamento e di scongelamento sicure e per il quale vi sono protocolli efficaci, oggi qualche buona notizia la si può dare anche sulla possibilità di trattare in questo senso le cellule-uovo femminili.
Dai nostri studi, infatti, si evince che con l’ultimo protocollo di crioconservazione degli ovociti è stata ottenuta una percentuale di gravidanze del 16,7%, numeri non lontanissimi da quelli che vengono ottenuti con lo scongelamento degli embrioni.
Attualmente solo in 98 dei 186 centri esistenti nel nostro Paese in cui si effettuano tecniche di fecondazione in vitro sono stati effettuati cicli di riproduzione assistita utilizzando ovociti crioconservati e dei circa 41 mila cicli effettuati in Italia nel 2006 solo il 7,3% è stato fatto con queste tecniche.
Anche l’Europa guarda l’Italia con interesse, riconoscendo i progressi fatti nel nostro Paese nel miglioramento di queste tecniche, come hanno dimostrato i lavori italiani presentati al convegno dell’ESHRE a Barcellona sui più recenti protocolli sulla crioconservazione ovocitaria, compresa la tecnica della vitrificazione (congelamento ultra-rapido) che sembra essere attualmente la più promettente proprio in base al numero di gravidanze ottenute, che sono stati accolti con interesse ed entusiasmo.
È proprio da Barcellona, infatti, è partito l’invito all’Istituto Superiore di Sanità di coordinare un progetto per la creazione di un Registro Internazionale sui bambini nati da crioconservazione di ovociti anche grazie al fatto che la normativa attuale fa dell’Italia il Paese con la casistica più alta dell’applicazione di questa tecnica.
È sicuramente intenzione dell’Istituto proseguire in questa direzione, studiando e valutando la sicurezza e l’efficacia dei metodi di crioconservazione degli ovociti, ma la creazione di un Registro è sicuramente auspicabile nell’interesse dei pazienti per fare chiarezza sulle reali opportunità offerte da una tecnica che può conciliare diverse sensibilità di fronte a un problema così delicato come è il concepimento e, in senso più ampio, il venire al mondo.
A volte le soluzioni non sono immediate e, sicuramente, questo può comportare qualche sacrificio e qualche attesa. Ma se le posizioni sulla natura degli embrioni sembrano essere inconciliabili, una soluzione che arriva dalla scienza, per stemperare i conflitti e restituire la serenità di un dibattito va assolutamente incoraggiata, con tutti i mezzi. Le maggiori speranze arrivano oggi, infatti, proprio dai primi risultati ottenuti mediante la tecnica di vitrificazione degli ovociti.
Le prime buone notizie sono quindi arrivate.
Un registro può fare il resto, monitorando i risultati di queste acquisizioni scientifiche. E in questo, come in altri casi, per procedere in una direzione che ci porti verso un’etica condivisa.
Enrico Garaci, Presidente Istituto Superiore della Sanità
VANNO A SCUOLA indossando la divisa maschile, non si truccano ma dentro si sentono donne. Appena adolescenti hanno forte dentro di loro la voglia di cambiare sesso. In Thailandia li chiamano lady-boys e sono tollerati dalla società. Ma c'è chi va oltre la tolleranza: la Bbc racconta che una scuola di Kampang, una regione povera nel nord est del Paese, dove la gran parte degli studenti sono figli di agricoltori, ha deciso di rendere loro la vita più facile e ha fatto costruire dei bagni appositamente per loro.
Bagni di cui la scuola è per altro molto fiera: si trovano in una zona della struttura circondati da fiori e piante tropicali e sono talmente puliti che l'istituto ha vinto il premio nazionale per l'igiene. Così ogni mattina, dopo il rituale alzabandiera, i ragazzi e le ragazze fanno una breve sosta alle toilette prima di entrare in classe per le lezioni. Un momento imbarazzante per molti studenti transgender, che ora si possono dirigere verso una terza porta, quella tra la toilette per femmine e la toilette per maschi, corredata da un simbolo rosso e blu che rappresenta una figura metà uomo e metà donna.
Così, di fronte ai lavandini e agli specchi molti ragazzi si sistemano i capelli con il gel o si mettono la crema sul viso, solo quella perché non è permesso agli studenti di usare il make up. In realtà molti di loro non resistono e sanno come usare mascara e un velo di rossetto senza sembrare truccati.
Il preside dell'istituto, Sitisak Sumontha, stima che ogni anno tra il 10 e il 20 per cento dei suoi studenti si considera transgender, ossia ragazzi che preferirebbero essere ragazze. "Venivano presi in giro ogni volta che usavano i bagni dei maschi. Così hanno cominciato a usare quelli delle ragazze, che però si sentivano imbarazzate. Tutto questo rendeva i ragazzi infelici e la questione stava intaccando anche il loro rendimento", ha spiegato il preside alla Bbc, soddisfatto dei risultati.
"Non siamo maschi", ha raccontato Triwate Phamanee, 13 anni, uno degli studenti della scuola di Kampang fermamente convinto che un giorno cambierà sesso. "Per questo non vogliamo usare il bagno dei maschi. Vogliano che si sappia che siamo transgender". Dello stesso avviso Vichai Saengsakul, 15 anni: "La gente deve sapere che essere transgender non è uno scherzo, è il modo in cui vogliamo vivere la nostra vita. Per questo siamo grati alla scuola per quello che ha fatto".
Gli adolescenti transgender tendono a chiudersi in gruppo. Il più giovane di loro ha 12 anni: naturalmente l'intervento chirurgico è fuori discussione alla loro età, ma sembrano essere perfettamente a loro agio e trattati alla pari dagli altri alunni e dagli insegnanti. Il preside con i suoi 35 anni di esperienza afferma di aver conosciuto molti ragazzi con problemi di identità sessuale che non hanno cambiato idea con il passare degli anni: molti hanno cambiato sesso, altri vivono come gay.
La Thailandia, prosegue l'articolo della Bbc, è ben nota per la sua tolleranza e i transessuali sono ben visibili nella vita quotidiana. Il cambiamento di sesso è diventata una specialità chirurgica della sanità tailandese ed è relativamente poco costosa; i pazienti vengono qui da tutto il mondo per sottoporsi all'intervento.
La discriminazione però rimane, come ha spiegato Suttirat Simsiriwong, un attivista dei diritti dei transgender. "Tolleranza non è la stessa cosa di accettazione" ha detto. Nonostante siano tollerati in Thailandia, i transessuali si lamentano di essere considerati ancora come uno stereotipo: possono trovare facilmente lavoro nel mondo dello spettacolo, nell'industria cosmetica, nei mezzi di informazione o come prostitute, ma è molto più difficile per loro diventare un avvocato o un commercialista. E ancora peggio è che non possono cambiare il loro status giuridico. Nonostante la proposta di legge fatta lo scorso anno per consentire loro di cambiare il sesso anche sulle loro carte di identità, non è ancora stato ancora approvato nulla.
Rita Celi, La Repubblica, 30 luglio 2008